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Seppur sia di prossima pubblicazione
la versione classica de “La licantropia del poeta”, è
stata premura dell’autore inserire nella rivista telematica
de “Il Convivio”, http://ilconvivio.interfree.it/e_book.htm,
la versione e-book, in anticipazione della versione cartacea. La multimedialità
è sempre stata un fattore di grande attrazione intellettuale per Perlongo,
che è fermamente convinto del fatto che la comunicazione di massa,
nonostante questa sia pura utopia, possa raggiungere all’interno
della rete punte di capillarità mai raggiunte prima. Come il diario
di un viaggio, per nutrire i ricordi “La licantropia del poeta”
è il lavoro scolpito da un sapiente artigiano che riveste di parole
ogni sua emozione. Figlio dei due precedenti scritti di Gaetano G.
Perlongo, “Il tenero amplesso
tra l’Aleph e l’universo” e “Il
frontespizio dell’alba”, questa antologia, che già
da tempo aveva raggiunto una propria maturità ed una propria autonomia
narrativa con la realizzazione di poesie e riflessioni come “Le
confidenze di Friedrich” o “Poesia per voce solista”
o ancora il “Valzer della solitudine”, è ora un diario
di viaggi e ritorni. In realtà, almeno in parte, già “Il frontespizio
dell’alba” fu una rivisitazione in versi del “Il
tenero amplesso tra l’Aleph e l’universo” ma il
continuo mutare delle scenografie è forse la caratteristica più interessante
e peculiare dell’autore, che mai smentisce la sua formazione
scientifica da cui probabilmente deriva il suo irrinunciabile, intrinseco
e perpetuo ego, che è precisione emozionale e continua ed approfondita
ricerca. “La licantropia del poeta” è ora il sentiero
che guida il lettore, e l’autore stesso, nell’avventura
dello scoprire e dello scoprirsi attraverso una ricerca continua e
profonda nel proprio cuore e nella natura, una ricerca nella mente
e nei sogni, nel dubbio e nel chissà. “La licantropia del poeta”
rappresenta le metamorfosi di un uomo che dall’indifferenza
verso la quotidiana burocrazia insorge di colpo contro i miti del
‘Vossia’ e la detronizzata sua maestà. È l’esplosione
di chi è bollato antisociale, perché nemico del bigottismo della morale.
Particolarmente vivo è, in questo lavoro di Perlongo, il vagito della
memoria, labile, delicata, fallace ma vitale, che risalta, ad esempio,
nella sconvolgente “Caro-vana di mare” con i versi: «Preghiera
di nazareno / Ventre / e Palmo di Madre / In questo nido / non mi
fu dato entrare / ma nel mio / continuo / migrare / tra metropolitane
spirituali / sognai una carovana di mare / coi salmi di Isaia / e
la veggenza di Tiresia... / Odore di Pianto / Odore di Israele». Ed
altrettanto vivo è lo spirito politico, filosofico e certamente apartitico
che Perlongo esalta in alcune sue forti liriche. In “Badessa
Burocrazia” egli scrive: «Nostra signora / figlia bastarda /
di madre qualunquista / edifica nella tua babilonia / le fondamenta
del cartesiano / cogito ergo sum / non incespicare nel sospiro di
tramontana / tu sgualdrina / madrina dell’arroganza / che favelli
/ in tribale / danza / e ti fregi / nostra / badessa burocrazia».
O ancora in rivolta verso un ‘presidente operaio’, in
“L’antisociale” leggiamo: «E poi / mi chiamano ‘l’antisociale’
/ perché pretendo di cancellar / il bigottismo della morale / per
lasciar / spazio / ad un verso pastorale… / svestito dal quel
morfismo / incipriato da sofismo». Per apprezzare davvero il solfeggio
del verso di Perlongo dovremo carpire e capire tra le righe ed i fogli
di questi segreti notturni quel qualcosa che, da stagnante apatia,
è poi ira e vendetta, passione e distacco, condensato potente di sogni,
pensieri, emozioni, vestite con l’arte della parola, svestite
con quella della prosa. Separate ed unite il Perlongo filosofo dal
Perlongo poeta. Noterete nei pensieri di Gaetano G. Perlongo l’influenza
di Borges, riscoprirete il biforcarsi dei suoi giardini, rivedrete
la malinconia ed il fascino dell’eternità e vivrete, forse,
il turbinio prodigioso di visioni della muliebre sigma che spossò
Borges e sfiorò la Dickinson. È proprio Borges, forse, l’autore
più vicino a Perlongo per quel suo modo di intendere l’uomo
ed il mondo, quel suo modo paradossale di costruire mondi fantastici
fondamentalmente fatui ed appunto inventati, ma soggettivamente importanti
ed influenti proprio perché costruiti sempre su rigorose basi logiche
e su precisi eppur dinamici modelli di osservazione. Scrive Angelo
Manitta, nella mirabile presentazione al libro di Perlongo: «In “Sogni
oziosi di maggio” attraverso un crescendo si giunge alla conclusione:
“Ho sognato mio Padre”, espressione collocata dopo tutta
una serie di “Padri intellettuali” che vanno da Eraclito
a Dirac, a Giordano Bruno, Gödel, Russell, Borges, Cantor per giungere
a Pessoa. Attraverso la luce interiore l’uomo si è trasformato
in forza e violenza intellettiva, è andato oltre la propria potenzialità,
senza dimenticare il presente». E tanti sono infatti gli ispiratori
dell’autore: tra di essi basta accennare a Musil, ai grandi
della fisica e della matematica come Russell, Gödel, Dirac o Cantor.
Per non parlare poi di Cechov e del suo ‘monaco nero’,
in cui segretamente l’autore si identifica, o di Nietzsche,
o del grande Danilo Dolci, che Gaetano Perlongo considerò sempre suo
amico e maestro. Ed è proprio sull’orma di Dolci (e soprattutto
degli uomini savi che in suo padre Perlongo rivede) che si sviluppa
ed espande l’ultimo Gaetano G. Perlongo, quello della riflessione
sociale e dell’impegno civico, che si fonde col Perlongo delle
rivolte e dei ritorni alle origini in un impasto mai contraddittorio
ma solo complesso, autoconsistente ed indivisibile; non semplicemente
ermetico ma sempre entusiasmante ed avvolgente. Nello scoprire la
dimora del suo dire vedrete così un intrecciarsi di temi eterni e
spesso trascendenti che di certo mai avete voluto perdere; cercate
piano la babelica architettura del pozzo cosmico, cercate piano, passo
dopo passo, l’eternità infinita dell’Aleph, cercate avidi
ogni dubbio senza mai sprezzare il chissà. Quindi sognate, oziosi,
di vedere dentro l’alba e notate come, vicino alla perfezione
di un numero non scritto, resti vivo lo sfregio della rimembranza
legato alla politica che correva sui muri e al nido del terzo mondo
schiavizzato dal capitalismo in necrosi, non salvato dall’orgasmo
dell’anarchia. Ancora Manitta scrive: «Per Perlongo si può davvero
parlare di un sincretismo letterario e artistico, espresso attraverso
un profondo equilibrio e soprattutto un’ampiezza di riflessione
che porta alla sublimità». Lasciamo quindi, affidandoci alla favella
della sua penna, che l’autore ci ricordi quanto soggettiva,
irripetibile e personale sia l’esperienza dell’emozione
umana e notiamo come, allo stesso tempo, siano universali e irrinunciabili
le sensazioni che noi stessi siamo. Rispecchiamoci insieme in quello
che siamo, che fummo e che saremo, sentendoci veri ed inventati, potenti
e banali, unici ed uguali, indipendenti e duali. Rispecchiamoci insieme
nei sogni che siamo; cerchiamo, senza posa, per la memoria del feto,
teneramente immersi. E per meglio capire, osserviamo più a lungo quel
chierico errante che continua a vagare, continua a scavare e continua
a segnare tracciati nella penombra di quel dedalo forse che è ogni
vita vera; e che continua a forgiare così, senza liquore e senza pugnale,
quell’arnese d’ispirazione (che è coscienza e tormento)
col quale intagliare da sapiente artigiano il chiaro scuro del frontespizio
di un’alba. Osserviamo chi, in fondo, ricerca in tal modo non
l’uscita, ma il nucleo del labirinto di Minosse (ch’è
l’universo) nel quale vaga, tremendo (ma solo per lui), il Minotauro
(ch’è l’ignavia dell’uomo banale e incurante). Disperdiamolo.
Ed intagliamo anche noi un nostro chiaroscuro dell’alba, di
quell’alba alla luce della quale possiamo cercare di capire
come qualcuno di noi e come noi stessi, ognuno a suo modo, possa sentir
questo mondo così sfinito ed a volte più vivo ed infinito.
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