Articolo pubblicato ne "Il Convivio" - Trimestrale, Accademia Internazionale di Poesia, Arte e Cultura - n.9, Catania, aprile-giugno 2002.

 

Ettore de Conciliis, Murale del Borgo di Dio, Trappeto (Palermo)


 

L’ante litteram Gaetano G. Perlongo e l’e-book de La licantropia del poeta

di Pietro Sferrino

 

Seppur sia di prossima pubblicazione la versione classica de “La licantropia del poeta”, è stata premura dell’autore inserire nella rivista telematica de “Il Convivio”, http://ilconvivio.interfree.it/e_book.htm, la versione e-book, in anticipazione della versione cartacea. La multimedialità è sempre stata un fattore di grande attrazione intellettuale per Perlongo, che è fermamente convinto del fatto che la comunicazione di massa, nonostante questa sia pura utopia, possa raggiungere all’interno della rete punte di capillarità mai raggiunte prima. Come il diario di un viaggio, per nutrire i ricordi “La licantropia del poeta” è il lavoro scolpito da un sapiente artigiano che riveste di parole ogni sua emozione. Figlio dei due precedenti scritti di Gaetano G. Perlongo, “Il tenero amplesso tra l’Aleph e l’universo” e “Il frontespizio dell’alba”, questa antologia, che già da tempo aveva raggiunto una propria maturità ed una propria autonomia narrativa con la realizzazione di poesie e riflessioni come “Le confidenze di Friedrich” o “Poesia per voce solista” o ancora il “Valzer della solitudine”, è ora un diario di viaggi e ritorni. In realtà, almeno in parte, già “Il frontespizio dell’alba” fu una rivisitazione in versi del “Il tenero amplesso tra l’Aleph e l’universo” ma il continuo mutare delle scenografie è forse la caratteristica più interessante e peculiare dell’autore, che mai smentisce la sua formazione scientifica da cui probabilmente deriva il suo irrinunciabile, intrinseco e perpetuo ego, che è precisione emozionale e continua ed approfondita ricerca. “La licantropia del poeta” è ora il sentiero che guida il lettore, e l’autore stesso, nell’avventura dello scoprire e dello scoprirsi attraverso una ricerca continua e profonda nel proprio cuore e nella natura, una ricerca nella mente e nei sogni, nel dubbio e nel chissà. “La licantropia del poeta” rappresenta le metamorfosi di un uomo che dall’indifferenza verso la quotidiana burocrazia insorge di colpo contro i miti del ‘Vossia’ e la detronizzata sua maestà. È l’esplosione di chi è bollato antisociale, perché nemico del bigottismo della morale. Particolarmente vivo è, in questo lavoro di Perlongo, il vagito della memoria, labile, delicata, fallace ma vitale, che risalta, ad esempio, nella sconvolgente “Caro-vana di mare” con i versi: «Preghiera di nazareno / Ventre / e Palmo di Madre / In questo nido / non mi fu dato entrare / ma nel mio / continuo / migrare / tra metropolitane spirituali / sognai una carovana di mare / coi salmi di Isaia / e la veggenza di Tiresia... / Odore di Pianto / Odore di Israele». Ed altrettanto vivo è lo spirito politico, filosofico e certamente apartitico che Perlongo esalta in alcune sue forti liriche. In “Badessa Burocrazia” egli scrive: «Nostra signora / figlia bastarda / di madre qualunquista / edifica nella tua babilonia / le fondamenta del cartesiano / cogito ergo sum / non incespicare nel sospiro di tramontana / tu sgualdrina / madrina dell’arroganza / che favelli / in tribale / danza / e ti fregi / nostra / badessa burocrazia». O ancora in rivolta verso un ‘presidente operaio’, in “L’antisociale” leggiamo: «E poi / mi chiamano ‘l’antisociale’ / perché pretendo di cancellar / il bigottismo della morale / per lasciar / spazio / ad un verso pastorale… / svestito dal quel morfismo / incipriato da sofismo». Per apprezzare davvero il solfeggio del verso di Perlongo dovremo carpire e capire tra le righe ed i fogli di questi segreti notturni quel qualcosa che, da stagnante apatia, è poi ira e vendetta, passione e distacco, condensato potente di sogni, pensieri, emozioni, vestite con l’arte della parola, svestite con quella della prosa. Separate ed unite il Perlongo filosofo dal Perlongo poeta. Noterete nei pensieri di Gaetano G. Perlongo l’influenza di Borges, riscoprirete il biforcarsi dei suoi giardini, rivedrete la malinconia ed il fascino dell’eternità e vivrete, forse, il turbinio prodigioso di visioni della muliebre sigma che spossò Borges e sfiorò la Dickinson. È proprio Borges, forse, l’autore più vicino a Perlongo per quel suo modo di intendere l’uomo ed il mondo, quel suo modo paradossale di costruire mondi fantastici fondamentalmente fatui ed appunto inventati, ma soggettivamente importanti ed influenti proprio perché costruiti sempre su rigorose basi logiche e su precisi eppur dinamici modelli di osservazione. Scrive Angelo Manitta, nella mirabile presentazione al libro di Perlongo: «In “Sogni oziosi di maggio” attraverso un crescendo si giunge alla conclusione: “Ho sognato mio Padre”, espressione collocata dopo tutta una serie di “Padri intellettuali” che vanno da Eraclito a Dirac, a Giordano Bruno, Gödel, Russell, Borges, Cantor per giungere a Pessoa. Attraverso la luce interiore l’uomo si è trasformato in forza e violenza intellettiva, è andato oltre la propria potenzialità, senza dimenticare il presente». E tanti sono infatti gli ispiratori dell’autore: tra di essi basta accennare a Musil, ai grandi della fisica e della matematica come Russell, Gödel, Dirac o Cantor. Per non parlare poi di Cechov e del suo ‘monaco nero’, in cui segretamente l’autore si identifica, o di Nietzsche, o del grande Danilo Dolci, che Gaetano Perlongo considerò sempre suo amico e maestro. Ed è proprio sull’orma di Dolci (e soprattutto degli uomini savi che in suo padre Perlongo rivede) che si sviluppa ed espande l’ultimo Gaetano G. Perlongo, quello della riflessione sociale e dell’impegno civico, che si fonde col Perlongo delle rivolte e dei ritorni alle origini in un impasto mai contraddittorio ma solo complesso, autoconsistente ed indivisibile; non semplicemente ermetico ma sempre entusiasmante ed avvolgente. Nello scoprire la dimora del suo dire vedrete così un intrecciarsi di temi eterni e spesso trascendenti che di certo mai avete voluto perdere; cercate piano la babelica architettura del pozzo cosmico, cercate piano, passo dopo passo, l’eternità infinita dell’Aleph, cercate avidi ogni dubbio senza mai sprezzare il chissà. Quindi sognate, oziosi, di vedere dentro l’alba e notate come, vicino alla perfezione di un numero non scritto, resti vivo lo sfregio della rimembranza legato alla politica che correva sui muri e al nido del terzo mondo schiavizzato dal capitalismo in necrosi, non salvato dall’orgasmo dell’anarchia. Ancora Manitta scrive: «Per Perlongo si può davvero parlare di un sincretismo letterario e artistico, espresso attraverso un profondo equilibrio e soprattutto un’ampiezza di riflessione che porta alla sublimità». Lasciamo quindi, affidandoci alla favella della sua penna, che l’autore ci ricordi quanto soggettiva, irripetibile e personale sia l’esperienza dell’emozione umana e notiamo come, allo stesso tempo, siano universali e irrinunciabili le sensazioni che noi stessi siamo. Rispecchiamoci insieme in quello che siamo, che fummo e che saremo, sentendoci veri ed inventati, potenti e banali, unici ed uguali, indipendenti e duali. Rispecchiamoci insieme nei sogni che siamo; cerchiamo, senza posa, per la memoria del feto, teneramente immersi. E per meglio capire, osserviamo più a lungo quel chierico errante che continua a vagare, continua a scavare e continua a segnare tracciati nella penombra di quel dedalo forse che è ogni vita vera; e che continua a forgiare così, senza liquore e senza pugnale, quell’arnese d’ispirazione (che è coscienza e tormento) col quale intagliare da sapiente artigiano il chiaro scuro del frontespizio di un’alba. Osserviamo chi, in fondo, ricerca in tal modo non l’uscita, ma il nucleo del labirinto di Minosse (ch’è l’universo) nel quale vaga, tremendo (ma solo per lui), il Minotauro (ch’è l’ignavia dell’uomo banale e incurante). Disperdiamolo. Ed intagliamo anche noi un nostro chiaroscuro dell’alba, di quell’alba alla luce della quale possiamo cercare di capire come qualcuno di noi e come noi stessi, ognuno a suo modo, possa sentir questo mondo così sfinito ed a volte più vivo ed infinito.

 

 

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