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Il frontespizio dell'alba di Gaetano
G. Perlongo di Pietro
Sferrino In questo secondo lavoro,
ancor più che ne "…il tenero amplesso tra l'aleph e l'universo", l'autore
dà sfogo a se stesso in un vorticare di sogni misti a ricordi che sembrano
l'insorgere di ogni sua battaglia. "Il frontespizio
dell'alba" è come il sorgere di un nuovo giorno; lentamente, schiarendo
la notte trapassa ed il giorno risorge. Così, allo stesso modo, il
pensiero di un uomo può, in silenzio, mutare ciò che poco prima era la totale
apatia in qualcosa che è poi ira e vendetta, passione e distacco, condensato
potente di sogni, pensieri, emozioni, vestite con l'arte della parola; svestite con quella della
prosa. Ma così come l'alba è un lento
passaggio dalla notte al giorno, allo stesso modo il mutamento dell'autore
non è un istante isolato; ogni cambiamento, ogni variazione sul tema è il
frutto di un processo segreto e nascosto che s'infiltra, linfa silente e
vitale, nei sentieri di una mente inquieta che, come l'autore confessa, vive
in quell'eterna dinamicità dell'ozio (tanto vera per l'autore quanto
banale ed insensata per il fantomatico nuovo sovrano della scala evolutiva
che si crede il nostro moderno "homo tecnologicus"). Ma, sentiero di storie ben
vere, il frontespizio è il sipario che s'apre e non cela l'autore; ed è il palco sul quale
recitare in monologo quei versi che sono lo sfogo del suo Io. E' la memoria infinita di giorni
passati in foreste nascoste tra guerriglie ed assalti a una fortezza coriacea
e, forse, appena scalfita; una fortezza tra le foreste
selvagge di un cuore che non ha mai voluto esser domato. E come ad ogni alba segue
sempre un tramonto, il frontespizio, come un sipario, si apre, si chiude e
poi si riapre inscenando il frutto di quel mutamento che porta dal fare al
pensare e poi ancora al rifare. Quel mutamento segreto e
nascosto che sembra scontato e normale agli occhi di molti; e che a volte sembra uno
straniero e un alieno di terre inventate, di paesi lontani dagli occhi dei
molti che credono di avere qualcosa da fare perché hanno saputo pensare. Ed il chierico errante
continua a vagare, continua a scavare e continua a segnare tracciati nella
penombra di quel dedalo che è la sua vita; e continua a forgiare così, senza
liquore e senza pugnale, quell'arnese d'ispirazione (che è coscienza e
tormento) col quale intagliare da
sapiente artigiano il chiaro scuro del "frontespizio dell'alba". |
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