Traduzione di Angelo Manitta - testo di Andityas Soares de Moura, rappresentante delegato dell'Accademia "Il Convivio" nel Brasile.

 

Ettore de Conciliis, Murale del Borgo di Dio, Trappeto (Palermo)


 

La poetica di Gaetano Perlongo e la malinconia: “tra l'orgasmo e la metempsicosi”

di Andityas Soares de Moura

 

Il silenzio è l’unica attitudine degna del poeta nel mondo lacerato in cui viviamo. Non gli compete cantare l’innocenza, che ormai sfugge, neppure la gloria, che è appena polvere e ombra. «Non si può parlare, non è possibile vivere con terribili soprassalti» (verso mio). Così, ne viene una questione, alla maniera kantiana: come è possibile la letteratura? E, più importante, come è possibile la poesia? La risposta è semplice: tocca al poeta trarre dall’infinito la parola primordiale, l’istante febbrile, il sacro delirio, la comprensione totale e istantanea. Ed è ciò che Gaetano Perlongo fa nella sua opera “La licantropia del poeta”. Non è senza motivo che il poeta italiano richiama, proprio all’inizio del libro, il filosofo che è l’emblema della disperazione moderna, nella sua non comunicabilità: “Questo libro, forse, comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi espressi o, almeno, pensieri simili” (premessa al “Tractatus logico-philosophicus” di Ludwig Wittgenstein).

 

         Poesia criticamente travagliata, di colori diversi e vari profumi, il testo di Perlongo mai è ovvio. Le parole si accumulano in piccoli spazi, come cannelle che osservano il passaggio del tempo. Si può notare l’influenza della poesia moderna nel verso di Perlongo, che nuota attraverso un rivo di significati senza fermarsi in nessun momento. Le immagini si spargono nelle pagine, in un misto sacrilego di haiku orientale  e di poesia minimalista francese. Si confronti l’eccellente poesia sotto riportata:

 

Richiamo

 

   La luce

attraverso la parete dei sensi

traspira vagiti...

...il figlio della terra

recluso dalle emozioni

manifesta credenze da predatore

 

 

La poesia di Perlongo compie un rictus (apertura vocale) nello stesso tempo rigoroso e libero. Si tratta di costruire ponti tra le parole. Portarle alla superficie, onde sono facilmente respirabili. Ma il processo è doloroso. Bisogna rileggersi tutte le biblioteche del mondo con un fascino Borgiano.

 

Così come in una canzone, il tema principale si ripete con insistenza, talvolta volendo mettere in rilievo al lettore il vero oggetto della poesia. Per propiziare l’incontro possibile di voci apparentemente discordi, la poesia di Perlongo costruisce un linguaggio molto limpido, molto intimo. Basta confrontare la danzante poesia intitolata “Sogni oziosi di maggio”, di cui riportiamo i versi più significativi:

 

Ho sognato la mia ancella

danzare sul mare della rapsodia

Ho sognato il capitalismo

in necrosi e l’orgasmo dell’anarchia

Ho sognato il pegaso

e la nobile cavalleria

Ho sognato Giordano Bruno

Ho sognato la penombra

della malinconia

Ho sognato l’ozio

di Hermann Hesse

Ho sognato la morte

i vermi e l’oblio

 

         Le derivazioni del poeta appaiono in ogni canto, in ogni pagina, la danza dell’intelletto preconizzata da Ezra Pound risorge trasfigurata nei versi che ogni momento obbligano la parola ad andare oltre, a incontrare la verità dietro l’unisignificanza che dà loro sostanza quotidiana. La poetica di Perlongo è multipla e mutante. Nello stesso tempo in cui rivendica la tenerezza contenuta ed efficace dell’ultimo verso del già citato “Sogni oziosi di maggio” – ho sognato con mio padre – è capace di antivedere la disgregazione cosmica nella felice metafora del piacevole rimorso umano:

 

la carne

si plasma in vibrante preludio

col disordine cosmico...

 

Forse da ciò il titolo del libro e di questa magnifica poesia dal titolo “La licantropia del poeta”: continua trasformazione. Desiderio di vivere. Travaglio. Dolore e allegria nella notte fuligginosa. E il seme divino che brilla nel corpo dell’uomo-lupo, dimenticato dall’umanità, ma sempre pronto a reintrodurre l’elemento magico nell’esistenza:

 

 Petalo vermiglio

 

                             Alla piccola Gaia Cannavò

 

  La purezza delle gote tue

                   di petalo vermiglio 

          e di musicale ocarina

                           infagottano

      il puerperio estro del poeta

 

         Sono voci impari quelle che dialogano nella poesia di Perlongo: il ricordo dell’infanzia trasfigurata, la sensazione dell’isolamento fantastico, la solitudine, la stranezza del destino dell’uomo, il mistero senza risposta della vita, etc. Gaetano Perlongo costruisce un discorso estremamente efficace, onde ridireziona tutte le forze della sua scrittura verso la celebrazione del ricordo, che è, secondo me, la materia primordiale di questa bella silloge. Si veda la poesia seguente, meravigliosa nel suo contenuto e rigore immaginifico:

 

Fiori di campo

 

         A Rosaria Brigida Castelli - 1972/1995

 

Il vagito del tempo

accarezza la pelle del fiume del vento

 

Il canto del vento

solletica la pelle dei fiori di campo...

ne risveglia la fragranza

portando con sé

            lo sfregio della rimembranza

 

         Sì, il ricordo scorre tra le pagine di Perlongo, ma il tema non è mai trattato in maniera banale o prevedibile, vuoi perché il poeta si è armato dei migliori mezzi: la dizione: chiara e limpida; la concatenazione dei versi: naturale; l’assunto: etereo, evanescenza dolce, solitaria. Uno scivolare lieve di labbra. E senza che il lettore se ne accorga, la poesia nasce come vivente prezioso. E così il ricordo, personale o collettivo, è ricostruito in un ambiente di intensa riflessione: ricerca della bellezza. Ergo, il ricordo prende il nome di malinconia, questo spleen tanto dolce che ci nutre, questa materia informe che rappresenta l’essenza e la condizione sine qua non di creazione autentica nel mondo moderno, secondo Walter Benjamin.

 

Ma il logos costituisce in Perlongo il cammino che deve essere esplorato. Il verso libero gli permette molteplici modulazioni e il verbo si unisce al suono, al canto. È facile incontrare tra le poesie della “Licantropia” esempi perfetti di canzoni ritmiche. Così la musicalità – la musica prima di ogni cosa direbbe Verlaine – è tuttavia elemento essenziale del viaggio di Perlongo. Si vedano di seguito le rime interne, acute:

 

Scorgo l’alba 

         e la mia stanca mente tramonta

   e tu

bocciolo dei miei sogni

ricominci a respirare

                l’umido libeccio

 

 

Un altro esempio della interessante vocalizzazione del poeta è la poesia seguente:

 

Silenzio e Oblio

 

      Silenzio e Oblio

 

canto baritonale dell’universo

 

Io

      figlio tuo sommerso

 

mi disperdo in cenere

             per un tuo verso

 

E ancora:

 

Il chierico errante

 

   Dopo anni di affannose riflessioni

              e vagabondaggi esistenziali

nell’immaginario delle mie credenziali

vidi la vita e le sue ali

in sé

la risacca salmastra dell’utopia

e l’aurora della fantasia

Seminaristi

in bilico tra fede ed ipocrisia

vidi...

il sepolcrale luogo della finzione

e l’impero della mistificazione

Politici

perdere la moralità della direzione

vidi...

compagni di viaggio

e i colori del faggio

Girovaghi

palesare la seduzione del saggio

(...)

 

 

         Si tratta di un’opera in cui non si incontrano musicalità occasionali, ma la piena intelligenza che Ottavio Paz ha chiamato spirito della poesia: il ritmo. Le parole di Perlongo danzano, senza confronto, intensificando il significato dell’idea, e premono nella misura in cui scorrono come torrente indomito. Il verbo si avvolge nelle fragili pieghe della sensibilità umana, come nella spettacolare poesia “Orizzonti”, rigorosa, minima, tacita e pungente:

 

Vola dal nido

           e vivi come dio

 

     nella dissolvenza e nell’oblio

                         

                 vola via

                       mia rondine

 

 

         Il turbamento della contemporaneità – scoperto da Baudelaire, riorganizzato da Eliot e imposto da Pound – si esprime in alcune poesie di Perlongo. Quando la malinconia si dissocia dall’irreale, dal mondo del Dio-Lupo, la massa-pesata della vita quotidiana si impone, crudele e vuota, ricordandoci l’inno di disperazione composto da Eliot nella sua The Wast Land. Intanto il poeta non si chiude nella sua rete, ma conosce e partecipa ai drammi universali. La poesia non è sterilità. È vita. E vivere significa lottare. La protesta non contenuta di Perlongo può essere udita in poesie come “L’antisociale”, “Il chierico errante” e “Badessa burocrazia”, ma è necessario trascrivere di seguito il testo perché si possa verificare quanto penetrante sia il percorso del poeta.

 

 

La globalizzazione

 

    La nave Capitale

carica di globalizzazione

salpa dal porto dell’apatia      

      e l’equipaggio morsicato nell’identità

saluta i sarcofaghi di palazzo

...il cargo va

sfumando i contorni delle onde

         e sfigurando il pelago dalla vergogna

In magna posa

il commodoro ordina di velocizzare il galoppo

                                i motori vagiscono d’ingordigia

carne da macello per pasto...

L’oblò

velato da una guaina di nostalgia

scorge il delirante barlume

del proletariato sottomesso         

e dalla prima classe

le signore incipriate d’ipocrisia

       calcano le scene

delle troie di regime...

...la globalizzazione va

ammainando la vela della vita

in un sottofondo crepuscolare

 

Il poeta non ha dimenticato le origini e ci presenta immagini di una bellezza edificante: mediterranea serenità. Si tratta del ‘carpe diem’ oraziano rinnovato. Il ‘locus amoenus’ pieno di intensità. Sotto, una bella poesia che ci richiama alla mente  l’erotica Saffo di Lesbo

 

Luna

 

      Luna

        madre eremita

prendimi e lacrima

        dammi acqua amniotica

...umidità di nettare

Edifica la finestra

           dei miei occhi

 

La poetica di Perlongo si allontana dalla rottura per trovare una nuova maniera di partecipazione del cosmo. Per lui la presenza umana è poco più che uno dei misteri della fede e, come tale, è inaccessibile nella sua complessità. Il poeta deve sfidare il silenzio per offrirci il miele dell’esistenza, del cui oscuramento ci parla Platone :

 

Zenone

 

    Nell’anfiteatro della crisalide

due cormorani volteggiano

 

funambolica carezza

da scialle amniotico

 

e di ruscelli sgorganti

in sovrapposti universi

 

Universi in frammisti riflessi

           e lì

il saggio di Elèa

            dipinge un’azione

                    infinita

                   di cipressi

 

 

         Poesia profondamente colta, che non sembra essere umana. Versi sofisticati, ma dotati della semplicità caratterizzatrice della vera bellezza. Un lavoro maturo di un poeta che ha trovato il suo linguaggio personale. Questo è “La licantropia del poeta”, opera che raccomando a tutti coloro che si interessano alle attuali correnti della poesia, in special modo quella scritta nella bella lingua di Dante.

 

 

Belo Horizonte – Minas Gerais – Brasil, 7 giugno 2002

Verzella – Catania - 26 giugno 2002

 

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