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Il silenzio è
l’unica attitudine degna del poeta nel mondo lacerato in cui viviamo. Non gli
compete cantare l’innocenza, che ormai sfugge, neppure la gloria, che è
appena polvere e ombra. «Non si può parlare, non è possibile vivere con
terribili soprassalti» (verso mio). Così, ne viene una questione, alla
maniera kantiana: come è possibile la letteratura? E, più importante, come è
possibile la poesia? La risposta è semplice: tocca al poeta trarre
dall’infinito la parola primordiale, l’istante febbrile, il sacro delirio, la
comprensione totale e istantanea. Ed è ciò che Gaetano Perlongo fa nella sua
opera “La licantropia del poeta”. Non è senza motivo che il poeta italiano
richiama, proprio all’inizio del libro, il filosofo che è l’emblema della
disperazione moderna, nella sua non comunicabilità: “Questo libro, forse,
comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi
espressi o, almeno, pensieri simili” (premessa al “Tractatus
logico-philosophicus” di Ludwig Wittgenstein). Poesia
criticamente travagliata, di colori diversi e vari profumi, il testo di
Perlongo mai è ovvio. Le parole si accumulano in piccoli spazi, come cannelle
che osservano il passaggio del tempo. Si può notare l’influenza della poesia
moderna nel verso di Perlongo, che nuota attraverso un rivo di significati
senza fermarsi in nessun momento. Le immagini si spargono nelle pagine, in un
misto sacrilego di haiku orientale
e di poesia minimalista francese. Si confronti l’eccellente poesia
sotto riportata: Richiamo
La luce attraverso
la parete dei sensi traspira
vagiti... ...il
figlio della terra recluso
dalle emozioni manifesta
credenze da predatore La
poesia di Perlongo compie un rictus (apertura vocale) nello stesso tempo
rigoroso e libero. Si tratta di costruire ponti tra le parole. Portarle alla
superficie, onde sono facilmente respirabili. Ma il processo è doloroso.
Bisogna rileggersi tutte le biblioteche del mondo con un fascino Borgiano. Così
come in una canzone, il tema principale si ripete con insistenza, talvolta
volendo mettere in rilievo al lettore il vero oggetto della poesia. Per
propiziare l’incontro possibile di voci apparentemente discordi, la poesia di
Perlongo costruisce un linguaggio molto limpido, molto intimo. Basta
confrontare la danzante poesia intitolata “Sogni oziosi di maggio”, di cui
riportiamo i versi più significativi: Ho sognato la
mia ancella danzare sul
mare della rapsodia Ho sognato il
capitalismo in necrosi e
l’orgasmo dell’anarchia Ho sognato il
pegaso e la nobile
cavalleria Ho sognato
Giordano Bruno Ho sognato la
penombra della
malinconia Ho sognato
l’ozio di Hermann
Hesse Ho sognato la
morte i vermi e
l’oblio Le
derivazioni del poeta appaiono in ogni canto, in ogni pagina, la danza
dell’intelletto preconizzata da Ezra Pound risorge trasfigurata
nei versi che ogni momento obbligano la parola ad andare oltre, a
incontrare la verità dietro l’unisignificanza che dà loro sostanza
quotidiana. La poetica di Perlongo è multipla e mutante. Nello stesso
tempo in cui rivendica la tenerezza contenuta ed efficace dell’ultimo
verso del già citato “Sogni oziosi di maggio” –
ho sognato con mio padre – è capace di antivedere la disgregazione
cosmica nella felice metafora del piacevole rimorso umano: la carne si plasma in
vibrante preludio col disordine
cosmico... Forse da ciò
il titolo del libro e di questa magnifica poesia dal titolo “La licantropia
del poeta”: continua trasformazione. Desiderio di vivere. Travaglio. Dolore e
allegria nella notte fuligginosa. E il seme divino che brilla nel corpo
dell’uomo-lupo, dimenticato dall’umanità, ma sempre pronto a reintrodurre
l’elemento magico nell’esistenza: Petalo vermiglio
Alla piccola Gaia Cannavò La
purezza delle gote tue
di petalo vermiglio
e di musicale ocarina
infagottano
il puerperio estro del poeta Sono
voci impari quelle che dialogano nella poesia di Perlongo: il ricordo
dell’infanzia trasfigurata, la sensazione dell’isolamento fantastico, la
solitudine, la stranezza del destino dell’uomo, il mistero senza risposta
della vita, etc. Gaetano Perlongo costruisce un discorso estremamente
efficace, onde ridireziona tutte le forze della sua scrittura verso la
celebrazione del ricordo, che è, secondo me, la materia primordiale di questa
bella silloge. Si veda la poesia seguente, meravigliosa nel suo contenuto e
rigore immaginifico: Fiori di campo
A Rosaria Brigida Castelli - 1972/1995 Il vagito del
tempo accarezza la
pelle del fiume del vento Il canto del
vento solletica la
pelle dei fiori di campo... ne risveglia
la fragranza portando con
sé
lo sfregio della rimembranza Sì,
il ricordo scorre tra le pagine di Perlongo, ma il tema non è mai trattato in
maniera banale o prevedibile, vuoi perché il poeta si è armato dei migliori
mezzi: la dizione: chiara e limpida; la concatenazione dei versi: naturale;
l’assunto: etereo, evanescenza dolce, solitaria. Uno scivolare lieve di
labbra. E senza che il lettore se ne accorga, la poesia nasce come vivente
prezioso. E così il ricordo, personale o collettivo, è ricostruito in un
ambiente di intensa riflessione: ricerca della bellezza. Ergo, il ricordo
prende il nome di malinconia, questo spleen
tanto dolce che ci nutre, questa materia informe che rappresenta l’essenza e
la condizione sine qua non di
creazione autentica nel mondo moderno, secondo Walter Benjamin. Ma
il logos costituisce in Perlongo il
cammino che deve essere esplorato. Il verso libero gli permette molteplici
modulazioni e il verbo si unisce al suono, al canto. È facile incontrare tra
le poesie della “Licantropia” esempi perfetti di canzoni ritmiche. Così la
musicalità – la musica prima di ogni cosa direbbe Verlaine – è tuttavia
elemento essenziale del viaggio di Perlongo. Si vedano di seguito le rime interne,
acute: Scorgo
l’alba
e la mia stanca mente tramonta
e tu bocciolo dei
miei sogni ricominci a
respirare
l’umido libeccio Un altro
esempio della interessante vocalizzazione del poeta è la poesia seguente: Silenzio e Oblio
Silenzio e Oblio canto
baritonale dell’universo Io
figlio tuo sommerso mi disperdo
in cenere
per un tuo verso E ancora: Il chierico errante
Dopo anni di affannose riflessioni
e vagabondaggi esistenziali nell’immaginario
delle mie credenziali vidi la vita
e le sue ali in sé la risacca
salmastra dell’utopia e l’aurora
della fantasia Seminaristi in bilico tra
fede ed ipocrisia vidi... il sepolcrale
luogo della finzione e l’impero
della mistificazione Politici perdere la
moralità della direzione vidi... compagni di
viaggio e i colori
del faggio Girovaghi palesare la
seduzione del saggio (...) Si
tratta di un’opera in cui non si incontrano musicalità occasionali, ma la
piena intelligenza che Ottavio Paz ha chiamato spirito della poesia: il
ritmo. Le parole di Perlongo danzano, senza confronto, intensificando il
significato dell’idea, e premono nella misura in cui scorrono come torrente
indomito. Il verbo si avvolge nelle fragili pieghe della sensibilità umana,
come nella spettacolare poesia “Orizzonti”, rigorosa, minima, tacita e
pungente: Vola dal nido
e vivi come dio
nella dissolvenza e nell’oblio
vola via
mia rondine Il
turbamento della contemporaneità – scoperto da Baudelaire, riorganizzato da
Eliot e imposto da Pound – si esprime in alcune poesie di Perlongo. Quando la
malinconia si dissocia dall’irreale, dal mondo del Dio-Lupo, la massa-pesata
della vita quotidiana si impone, crudele e vuota, ricordandoci l’inno di
disperazione composto da Eliot nella sua The
Wast Land. Intanto il poeta non si chiude nella sua rete, ma conosce e
partecipa ai drammi universali. La poesia non è sterilità. È vita. E vivere significa
lottare. La protesta non contenuta di Perlongo può essere udita in poesie
come “L’antisociale”, “Il chierico errante” e “Badessa burocrazia”, ma è
necessario trascrivere di seguito il testo perché si possa verificare quanto
penetrante sia il percorso del poeta. La globalizzazione
La nave Capitale carica di
globalizzazione salpa dal
porto dell’apatia
e l’equipaggio morsicato nell’identità saluta i
sarcofaghi di palazzo ...il cargo
va sfumando i
contorni delle onde
e sfigurando il pelago dalla vergogna In magna posa il commodoro
ordina di velocizzare il galoppo
i
motori vagiscono d’ingordigia carne da
macello per pasto... L’oblò velato da una
guaina di nostalgia scorge il
delirante barlume del
proletariato sottomesso
e
dalla prima classe le
signore incipriate d’ipocrisia
calcano le scene delle
troie di regime... ...la
globalizzazione va ammainando
la vela della vita in
un sottofondo crepuscolare Il
poeta non ha dimenticato le origini e ci presenta immagini di una bellezza
edificante: mediterranea serenità. Si tratta del ‘carpe diem’ oraziano
rinnovato. Il ‘locus amoenus’ pieno di intensità. Sotto, una bella poesia che
ci richiama alla mente l’erotica Saffo di Lesbo Luna
Luna
madre eremita prendimi e
lacrima
dammi acqua amniotica ...umidità di
nettare Edifica la
finestra
dei miei occhi La
poetica di Perlongo si allontana dalla rottura per trovare una nuova maniera
di partecipazione del cosmo. Per lui la presenza umana è poco più che uno dei
misteri della fede e, come tale, è inaccessibile nella sua complessità. Il
poeta deve sfidare il silenzio per offrirci il miele dell’esistenza, del cui
oscuramento ci parla Platone : Zenone
Nell’anfiteatro della crisalide due cormorani
volteggiano funambolica
carezza da scialle
amniotico e di ruscelli
sgorganti in
sovrapposti universi Universi in
frammisti riflessi
e lì il saggio di
Elèa
dipinge un’azione
infinita
di cipressi Poesia
profondamente colta, che non sembra essere umana. Versi sofisticati, ma
dotati della semplicità caratterizzatrice della vera bellezza. Un lavoro
maturo di un poeta che ha trovato il suo linguaggio personale. Questo è “La
licantropia del poeta”, opera che raccomando a tutti coloro che si
interessano alle attuali correnti della poesia, in special modo quella
scritta nella bella lingua di Dante. Belo Horizonte – Minas Gerais – Brasil, 7 giugno 2002 Verzella – Catania - 26 giugno 2002 |
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